Nessun accenno, per ora, a quello che ho visto durante il mio soggiorno nei Balcani. Fa parte delle mie buone intenzioni (spero non punite) ritornarci in futuro per qualcosa di più serio e pensato.
Intanto, una notte camminando per le strade di Sarajevo sono entrato nel più bel bar del mondo. Eccessivo fin nel bagno (munito di un proto-brionvega accanto alla tazza del cesso, asciugamani di tela, scaffale di profumi, specchio liberty discorcente), gonfio, ipertrofico, ligneo, crivellato di fotografie e souvenir, biglietti da visita fatti scivolare chissà quando e da chi sotto il vetro che riveste i tavolini. Ricordo un’ariosa e straziante versione di Oci Ciornie prima di andare via, mentre pagavo il conto.
Non so nemmeno come si chiama, forse Il pesce rosso, perché ne ho notato uno boccheggiante in un angolo nella sua bolla d’acqua ossigenata dietro la testa di una bellissima signora.
Tornerò lì, non appena sarò di nuovo a Sarajevo. È il bar più bello del mondo. Non è poco. Tutta questa bellezza, dico, per nulla curata, tenuta insieme come un brano di storia, una parte del discorso, lì, a Sarajevo.
postato da: alessandrocappa alle ore
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I cercatori di libri sono come i cercatori d’oro. Ma con l’aggiunta della coscienza che c’è stato un tempo in cui quel libro ha occupato gli scaffali di una libreria, è giaciuto nel magazzino della sua casa editrice o addirittura è stato oggetto di commercio o di dono da parte di ignari e negligenti acquirenti.
Il cercatore di libri è un esperto in canali alternativi, conosce librerie inverosimili a volerle descrivere, ubicate dove nessuno più getta l’occhio, invase da legioni di libri impolverati e deprezzati, rubricati solo nella memoria del libraio, ostaggio quest’ultima, ahimè, della sola buona volontà e dell’estemporaneo estro quotidiano che lo muove.
Il cercatore di libri conosce perfettamente le bancarelle della sua città, ha premura di frequentarle regolarmente almeno una volta a settimana. Ogni volta vi si accosta con la speranza che il monito/oracolo “Si acquistano intere biblioteche”, apposto bene in vista, in alto, su un ritaglio di cartone, si avveri. Per questa sua passione il cercatore di libri è giocoforza anche un grande scrutatore, ma più ancora egli è un conoscitore di titoli e di copertine, in grado di distinguere qualcosa di prezioso dalla grande nube di mediocrità riciclata al solo avvistamento di un dorsetto o da un taglio di titolo che appare all’improvviso, oltre un calendario santo, o da una manciata di lettere di un nome quasi cancellato.
La solitudine del cercatore di libri è incommensurabile. Egli è infinitamente solo per due ragioni complementari: la prima è che ogni cercatore di libri è mosso dalla mancanza, ma da una mancanza primordiale, abissale che squarcia il cuore stesso del suo essere, la cui causa egli riconosce di volta in volta nel libro che occupa ossessivamente i suoi pensieri; la seconda, conseguenza diretta della prima, è che il cercatore di libri può fare affidamento solo sulle sue forze, ma altresì cosciente del fatto che dal momento in cui avrà cominciato la sua ricerca sarà irrevocabilmente destinato a incorrere in una lunghissima serie di frustrazioni e pene indicibili, tanto più lancinanti quanto minori saranno, con l’andare del tempo, le probabilità di trovare l’oggetto amato.
La solitudine del cercatore di libri si rispecchia nella consapevolezza di non avere persona con cui poter condividere la gioia della ricerca e il dolore del fallimento, di non poter comunicare davvero a nessuno (a meno che non incontri un altro cercatore di libri – ma la cosa è alquanto improbabile visto il personaggio) il tremendo sentimento di vuoto che lo lacera senza trovarsi a suscitare nell’altro quel riso compassionevole che si tributa solo ai folli e agli stolti.
C’è poi una cosa che rende il cercatore di libri un individuo del tutto speciale: è la lotta che lui sordamente, ostinatamente combatte giorno dopo giorno contro il Grande Mercato Editoriale. Una lotta sotterranea, segreta, che vede il suo apice nei periodi in cui si inaugurano le fiere del libro, di qualunque entità esse siano. In questi periodi il cercatore di libri si aggira come un anima straziata tra gli stand delle case editrici e osserva tutto con piglio istrionico, mefistofelico, ma solo per nascondere la controparte di turbamento e di frustrazione che lo divora quasi irresistibilmente. Getta l’occhio malevolo sulle commesse, sui redattori, sui mezzi busti degli editori assisi dietro pile di libri da lui giustamente considerati carta straccia à la page, inutile paccottiglia aggiornata che smuove risorse altrimenti disponibili per pubblicare le migliaia di libri scoparsi che popolano i suoi sogni e che rendono infelice la sua vita. Vira tra gli stand, si trascina a fatica lungo i corridoi illuminati e affollati, sbattendo contro i passanti, rovinando sulle pile dei bestseller, incredulo di quanta carta sia stata consumata per promuovere quell’oceano di sciocchezze invece di ripubblicare i suoi amati libri scomparsi. Si dispera dentro di sé al pensiero di quanto poco, viste le potenzialità in gioco, basterebbe a renderlo felice: più si inoltra tra gli stand e più gli sembra inaudito dover soffrire come un cane alla mercé della sciatteria e dell’insipienza di un manipolo di mercanti.
Ecco. Il cercatore di libri, col suo piccolo corpicino fatto di ossa e legamenti, trascinato da pulsioni aggressive, vinto da sedimentate frustrazioni, piegato dal dolore e dalla mancanza, incattivito dalla presunzione, umiliato dalla solitudine è l’uomo più infame che il Grande Mercato Editoriale abbia prodotto. Ma è, allo stesso tempo, la sua zona d’ombra, il suo piccolo inferno rimosso. Lo spettro che si aggira sopra la cara aurea mediocritas.
postato da: alessandrocappa alle ore
11:20 | Link | commenti (1)
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La prima: c’è qualcosa di significativo nel chiasso editoriale che sollevano alcuni scrittori (anche bravi) e, viceversa, nella sordina che circonda l’opera di Moresco. Innanzitutto perché è difficile parlarne, perché l’opera di Moresco, soprattutto i Canti del caos (da poco usciti per Mondadori), non si presta alla sintesi, non ammicca alla cronaca, non cede allo slogan, non abbraccia il canone, di qualunque sorta, si pone con un angolo d’incidenza assolutamente individuale e non è coerente con nessuna delle logiche promozionali/editoriali che segnano l’uscita di un libro e una strategia narrativa. Sotto questo aspetto i Canti del caos è un’opera che interrompe la tradizione, nel senso che inventa e fonda qualcosa di inedito e di incollocabile, non vuole sanare il conflitto, non vuole rimasticare i generi, i codici, o proporsi in quanto semplice provocazione. Il lavoro di Moresco è un’opera poi, e la cosa non è poco. Il che significa che si traduce in qualcosa di molto più grande, che possiede il respiro lungo di ciò che attraversa il nostro tempo, che viene da lontano e mira oltre. Rispetto al chiasso editoriale di coloro che inseguono i tempi (i tempi che corrono), rimbalzando sull’attualità, interpretandola, speculandovi anche con valore ma ricognitivamente o in una sorta di blow-up continuo, l’opera di Moresco appartiene a tutt’altro corso perché non guarda alla realtà dall’alto, e nemmeno dall’interno, bensì da sotto, dalla prospettiva di un solco, di un sotterraneo, di un tracciato profondo che c’era da prima e che si era già scavato.
La seconda: sulla questione della realtà, del ruolo della letteratura, sul dibattito fiction/realtà l’opera di Moresco fa la differenza, mette distanza tra sé e il chiasso editoriale, critico, saggistico che si fa in questo periodo. Lo insegna la storia del diritto, la rottura di un ordine pregresso non avviene senza violenza e prevede fondazione, spesso sulle ceneri di ciò che resta. In questo senso Moresco è l’unico scrittore, vivente, capace di rompere il giocattolo e di farlo in maniera radicale (il fatto che sia “vivente” gli complica la vita), perché segue la realtà delle idee e non l’idea di una realtà. Ne viene fuori un romanzo che ribolle, e da una prospettiva staminale (da Moresco così chiamata) dentro cui si libera un’energia potenziale impressionante, sognata, desiderata. Si libera tutto un non detto e non (ancora) avvenuto. E questo perché non si limita a essere un romanzo realista, iperrealista, onirico o pensoso ma va direttamente al cuore della questione, ci va con una sua lingua (non di un linguaggio), come qualcosa di vivo e non di tombale. Non è lirico, non ammicca alla narrazione poetica, allo stesso tempo non riduce tutto a registri, a tecnica della modulazione, a tecnica. Se i Canti mirano al reale della condizione umana in tutto il suo spettro è perché ne sono divorati, perché nascono già oltre qualunque prospettiva strategica, qualunque postura narrativa collocata, senza bisogno di darsi il compito preciso di narrare, descrivere, interpretare la realtà.
La terza: l’opera di Moresco è un’opera (anche) di testimonianza. Appartiene a un processo che concerne perlopiù la poesia e la grande letteratura. E perché un’opera sia testimonianza non basta “saperci fare”. Non basta interpretare i “fatti”, aderire all'angolo storica, non basta ingrandire l’attualità, né specularvi, non basta porsi in una prospettiva epica, tantomeno giocare dalla parte della “cronaca letteraria”. Occorre raccogliere un’esperienza e concentrarla, e poi rilasciare un alone di verità tanto più ampio quanto più ancorati a quel corpo, a quella vita, a quella forma. Moresco ha saputo riportare la letteratura sul piano della vita (sui suoi processi) e del suo sogno, in una forma e in una lingua furiosamente viva, nella velocità, nella contrazione, nel puntiforme e nell’energumeno, nel versante oscuro eppure manifesto della condizione dell’uomo, nei suoi aspetti incoercibili e coattivi, nella ripetizione e nello slancio, nello sprofondamento onirico e visionario, e per questo nell’altrove del reale, nella più impensabile realtà.
postato da: alessandrocappa alle ore
10:18 | Link | commenti (4)
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Questo è un tempo strano: tutto potrebbe aprirsi e deflagrare, allargare il cerchio della mia esistenza, introdurmi in qualcosa di più veloce, di più grande, di più potente; oppure potrebbe allo stesso modo ripiegarsi e sbarrare la strada, chiudermi nella puntualità della mia forma, in un’esistenza schiacciata e ripiegata, ripetuta.
Ritorna così, ancora, questa frase, che oggi mi sembra di capire. “Il tram che passa ha più senso della vita”. Non appena ebbe finito di scriverla Kafka lasciò cadere il pennino nel solco del diario che rimase aperto, si alzò, si avviò alla finestra, guardò fuori, ma un po’ ricurvo su se stesso, come per seguire con gli occhi la linea dei binari che passava sotto casa.
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18:57 | Link | commenti (1)
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Un brano da Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo che mi ricorda di che pasta è la vita e di quale tessuto la letteratura.
“Si era posato nel tramonto, in quel momento della verità della sua vita, perché per nessuno, come per uno spiaggiatore, il tramonto sembra cadere ogni volta non solo sul giorno breve di ore, ma su quello lungo della vita. E per lo spiaggiatore dev’essere ogni volta come trovarsi in punto di morte e ricordarsi del tempo vissuto e rivedere tutta la propria vita, come se il mare gliela rovesci, ondata su ondata, sulla riva, anni e anni, fra scoppi di spume che durano attimi. E non ha con chi parlarne e dev’essere questo il morire dello spiaggiatore: cancellato dal mondo come le sue stesse impronte su cui sbava il mare, sperso per l’eternità nel silenzio tonante del mare. E quando, per avventura, gli capita di abboccarsi, proprio a quell’ora, con qualcuno, un marinaio, per esempio, lo spiaggiatore parla, parla della sua vita vissuta e di quella anche non vissuta, non solo del vistocogliocchi reale, ma anche di quello immaginario: per intrigarsi con quella vita che non visse, arriva a fare carte false, inventa deisse e incantesimi, diventa menzognaro; è vecchio e sfantasìa di cose ch non conobbe mai, come un muccuso di cose che non conobbe ancora, si fa insomma furfantello di una vita che non visse, come si fa furfantello di una morte che ancora non morì”.
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18:33 | Link | commenti (6)
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